lunedì 16 marzo 2009

Quando la guerra ucide se stessi

Ho deciso di chiamare così questo articolo, forse un po' lungo, ma abbastanza esaustivo, riguardante il trauma interiore che vivono i soldati o comunque chi sta in guerra...
Leggetelo e diffondetelo.

Sette veterani dell'Iraq, riuniti in Germania, raccontano le loro storie. Guantanamo, Baghdad, Bassora: le testimonianze di chi ha disertato in nome della verita'. E che gira il mondo per raccontarlo
Il soldato d'inverno e' colui che si erge a difesa della nazione nel tempo piu' cupo e nelle ore piu' desolate, secondo la definizione dello scrittore britannico Thomas Paine, che aveva preso a cuore la causa indipendentista dei futuri Stati Uniti d'America. Fu coniata nel 1776, quando gli americani avevano appena eletto George Washington comandante in capo della guerra per l'indipendenza dagli inglesi, considerati invasori di una terra che sarebbe stata fondata sugli ideali di liberta' e democrazia. Duecento anni dopo, quando gli invasori divennero gli americani, 'Winter Soldier fu il nome dato dai veterani del Vietnam a un incontro che si tenne a Detroit nel 1971, un mese dopo il massacro di Mi Lai. In quella occasione, 100 reduci raccontarono le atrocita' e i crimini di guerra che videro o commissero nel Paese del sud-est asiatico.I veterani contro la guerra. Oggi i veterani sono quelli della guerra in Iraq, e sotto il nome di Winter Soldier si riuniscono dallo scorso anno per far sapere al mondo che gli esiti della 'guerra per la democrazia' sono stati disastrosi: per il Paese nel quale hanno combattuto, per quello per il quale hanno combattuto, e per loro stessi.
A Friburgo, In Germania, questo fine-settimana, sette di loro hanno testimoniato le loro esperienze in uno dei tanti incontri organizzati dall'Ivaw (Iraq Veterans Against the War), organizzazione fondata nel 2004 che annovera tra le sue finalita' la richiesta di ritiro immediato di tutte le forze di occupazione nel Paese mediorentale, il risarcimento per la devastazione umana e materiale provocata dal conflitto e la piena assistenza economica e sanitaria per chi ritorna dalla guerra.Il trauma. Chi ritorna spesso si ammala, o torna gia' malato di una malattia ormai nota. E' il Ptsd (Post traumatic stress disorder), un acronimo sotto il quale si celano le piu varie psicosi: depressione, ansia, nevrosi, tendenza al suicidio. Ne soffre il 15 percento dei soldati di ritorno dall'Iraq. Ne hanno sofferto, o tuttora ne soffrono, anche Chris Capps, David Cortelyou, Lee Kamara, Andre Shepherd, Martin Webster, Chris Arendt, Zack Baddorf, Eddie Falcon: tutti hanno prestato servizio in Iraq, e da mesi girano il mondo per portare il loro contributo alla causa antimilitarista. Se il loro Paese, siano gli Stati Uniti o la Gran Bretagna, li considera disertori, incontrandoli si rivelano individui la cui statura morale e il cui coraggio civile rappresentano qualita' ormai introvabili negli uomini che li hanno mandati a combattere, e che quei Paesi li governano. Impegnandoli in guerre che ne hanno gravemente minato la credibilita' e l'autorita' morale.
"Abu Ghraib e Guantanamo sono i simboli della disfatta del nostro Paese. Posso dirlo perche' io a Guantanamo ci ho lavorato". A parlare e' Chris Arendt, arruolatosi a 17 anni nella Guardia Nazionale e chiamato nel 2003 a lavorare a Guantanamo come secondino. "Un artigliere della Guardia nazionale di 19 anni che va a fare il secondino a Guantanamo, pensate un po'. Nell'addestramento preparatorio ci insegnavano come ammanettare la gente. Una cosa ridicola. Assurda. Mettere le manette a un altro essere umano e' una cosa goffa, disumana. Io dovevo nutrire i detenuti, assisterli se avevano bisogno di qualcosa e... dare loro la carta igienica. A volte, durante gli interrogatori, li tenevano un giorno intero in una stanzetta, fermi, senza consentire loro nemmeno di andare al bagno. Musica a massimo volume, temperatura tra i 10 e i 20 gradi. Altre volte i trattamenti erano peggiori, come l'utilizzo di spray al peperoncino, ma di tortura a Guantanamo e altrove si e' parlato in abbondanza. A mio parere, vorrei sapere se stare cinque anni in un carcere, lontano dalla propria famiglia e dai propri amici, senza avere la piu' pallida idea del perche' si e' li', non e' considerato tortura. Per me si''". Christopher ha trovato il modo per superare il ricordo dei mesi passati a Guantanamo dedicandosi all'arte. Ricicla uniformi militari trasformandole in carta. Piccoli quaderni artigianali sui quali pubblica disegni o poesie scritte a mano, oppure ne fa segnalibri decorati e li vende agli incontri. Da settimane e' in giro per l'Europa dormendo da chi lo ospita perche', dice, "non ho davvero un soldo per pagarmi un albergo".
Anche Lee Kamara ha trovato nell'espressione artistica una forma di terapia. Impegnato nelle forze speciali britanniche a Bassora nel 2004, oggi lavora a un progetto chiamato Voci di Guerra, un Dvd sulla sua esperienza al fronte nel quale sono contenute anche canzoni da lui scritte. "Ho trovato insensato tutto quello che facevo a Bassora, l'ho trovato disumano, mostruoso. Non potevo piu' sopportare la vista dei civili massacrati e l'ingiustizia di una guerra inutile e assurda. Sono tornato a casa, in Cornovaglia. Ho lasciato l'esercito e ho ricominciato a vivere da civile". Eddie Falcon era il pilota dei C-130 che partivano dalla base di Manas, in Kirghizistan. Trasportava equipaggiamento, truppe, senatori, forze speciali, medici, veicoli militari. Successivamente e' stato impiegato in Kuwait e nel servizio aereo di spola tra Baghdad e la prigione di Bassora. "Gli aerei erano completamente privi di posti a sedere, in quanto le poltroncine erano state rimosse. I prigionieri erano accovacciati, legati e con un cappuccio in testa. Le bocche erano chiuse con nastro adesivo. Una o due ore in queste condizioni, a cui erano sottoposti numerosi civili innocenti. Molti di loro, la maggior parte, venivano rilasciati senza alcuna accusa. Un bel viaggetto in aereo sui cieli del Medio Oriente senza alcun motivo". Eddie, di origini messicane, porta con se le medagliette del servizio militare. "Le ho tempestate di falsi diamanti, e ora le uso come ricordo. L'ho fatto per esorcizzare il periodo in cui queste medagliette rappresentavano la mia identita' di soldato. Ora non sono altro che un gioiello di bigiotteria, per me".
"Abbiamo ucciso un civile innocente". Chi non ha superato il trauma della guerra e' David Cortelyou. Di ritorno da Ramadi, Iraq, dove ha prestato servizio come autista, radio-operatore e mitragliere, e' stato colpito da una profonda depressione e ha tentato il suicidio piu'volte. Curato con farmaci, adesso vive in Germania con la moglie. Durante l'incontro non ha retto allo stress e ha rinunciato a raccontare la sua esperienza. Poco prima aveva ricordato con noi uno dei momenti piu' terribili della missione in Iraq. "Eravamo impegnati in un'operazione di controllo, ma eravamo rilassati. Il mio superiore stava parlando di musica, avevamo fatto una festa la sera prima. Si avvicina un veicolo. Eravamo troppo vicini per seguire le normali regole d'ingaggio, usando i fari, agitando le mani sparando in aria. Abbiamo sparato contro l'auto. Due-trecento colpi. Abbiamo ucciso il guidatore. Nel posto dietro c'era un bambino. Vivo. Gli abbiamo ucciso il padre. Abbiamo preso il bambino, l'abbiamo portato davanti alla porta di una casa e l'abbiamo lasciato li'. Non abbiamo mai riportato l'accaduto. Dopo, ci abbiamo persino riso su, dicendo che tanto anche il bambino sarebbe diventato un terrrorista". David torna in America, dove riceve trattamento a base di farmaci in attesa di essere inviato di nuovo in Iraq. Ma rifiuta, e diventa Awol (Absent without leave, assente dal proprio reparto senza autorizzazione), che e' il preludio alla diserzione. Dopo 30 giorni un Awol diventa infatti tecnicamente disertore. "Sarei tornato in missione, ma solo per morire. Volevo morire. Tornare in guerra e morire". David non partecipera' alla fine della conferenza. Accompagnato dall'ex commilitone Chris Arendt, tornera' all'albergo, portando con se' i fantasmi della propria traumatica esperienza.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Hello man!

It is my first time here. I just wanted to say hi!