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giovedì 31 marzo 2016

Pro e Contro il Referendum sulle Trivelle

Per chi non c’era, per chi era distratto o semplicemente stava dirottando un aereo per salutare la moglie, ecco i pro e i contro del referendum che si terrà il 17 aprile e che riguarderà le Trivellazioni, spiegato bene e in maniera semplice.

Di Steve Best

Un'immagine al tramonto di una piattaforma petrolifera per convincervi a votare NO con del sano romanticismo
Domenica 17 aprile gli italiani sono invitati alle urne per votare un referendum abrogativo, il quesito che troveremo scritto è il seguente:
“Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilita’ 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?”
Per la prima volta in Italia, gli italiani sono stati chiamati a votare per un referendum chiesto da 9 regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) e non tramite una raccolta firme, come avviene da sempre; In realtà i quesiti depositati erano 5 ma la Cassazione ne ha approvato solo quello sopra citato, perché gli altri 4 sono già superati dalle modifiche alla legge di Stabilità approvata a fine 2015; Il tutto nasce attorno ad un braccio di ferro fra Stato e Governo da una parte e regioni dall'altra, su chi ha il diritto di legiferare in materia.

Altra immagine romantica all'alba per convincervi a votare NO
Come Si è Arrivati a Questo?
Esiste già un decreto, il comma 17 del decreto legislativo 152, che prevede il divieto di avviare nuove attività di ricerca, prospezione e coltivazione di idrocarburi gassosi o liquidi entro le 12 miglia, ma l’attuale governo ha cercato di bypassare il decreto suscitando la reazione delle regioni, il referendum perciò riguarda solo le attività di estrazione ancora presenti entro le 12 miglia, per via delle precedenti concessioni.
Tutt'ora ed anche successivamente, oltre le 12 miglia marine (20 Km. circa)  è concessa la ricerca e la trivellazione, ma anche sulla terraferma, il limite delle 12 miglia è stato posto a difesa dell’ambiente marino presso le coste e le zone abitate, oltre che per motivi economici legati al turismo, detto questo il limite risulta essere ridicolo perché in un ipotetico caso di disastro ambientale le 12 miglia non garantiscono alcuna protezione per le zone costiere, come già avvenuto nel Golfo del Messico, dove la Deepwater Horizon era situata ben 66 chilometri dalle coste della Louisiana.



La Situazione Italiana
Il dato più recente è del 31 dicembre 2015, rilasciato dal Ministero dello Sviluppo Economico che mostra la situazione delle trivellazioni sul territorio italiano, in mare sono presenti ben 135 piattaforme, quelle entro le 12 miglia sono 92, di queste solo 48 ancora eroganti e che corrispondono a 21 concessioni, 7 sono in Sicilia, 5 in Calabria, 3 in Puglia, 2 in Basilicata e in Emilia-Romagna, una in Veneto e nelle Marche.
Quattro quinti di tutto il gas che viene prodotto in Italia (Circa il 10 % del fabbisogno nazionale) viene estratto dal mare, come un quarto di tutto il petrolio estratto in Italia. Quelle che riguardano il referendum si presume che hanno un’attività estrattiva pari all’1% circa del consumo nazionale di petrolio e al 3% di quello di gas metano, perciò la maggior parte dei pozzi italiani è dedicata all'estrazione di gas metano, che non presenta un grave rischio, dal momento che un'eventuale fuga di gas, avrebbe un impatto molto inferiore rispetto ad un'incidente legato all'estrazione del petrolio.
Le concessioni sono così regolate: hanno una durata di trentanni, prorogabili di dieci e poi di altri cinque anni, e sono possibili all'infinito ovvero fino all'esaurimento totale del giacimento posto in concessione.



Le Ragioni del SI
Il SI è sostenuto dalle 9 regioni e dalle loro giunte politiche che hanno chiesto il Referendum, le maggiori organizzazioni ambientaliste (Legambiente, Greenpeace, Wwf), il movimento NoTriv, l’appoggio di forze politiche quali il Movimento 5 Stelle, Sinistra italiana e Possibile, cui si aggiungono in ordine sparso pezzi del Pd, esponenti del centrodestra come i presidenti di Regione Zaia e Toti.
Le ragioni del SI sono legate prettamente ai rischi ambientali legate all'estrazione dei giacimenti, ma come abbiamo già detto riguarda solo impianti estrattivi nelle 12 miglia, quelle fuori da queste miglia potranno continuare o estrarre da nuovi giacimenti, un incidente risulterebbe comunque negativo per le coste italiane.
Ad aumentare la sensazione di questo rischio, nonostante l’assenza di gravi incidenti e l’utilizzo delle nuove tecnologie vi è come denunciato da Greenpeace una scarsa trasparenza nei controlli, ed effettivamente tutti i dati delle ispezioni non sono disponibili, in quelli resi pubblici, la maggioranza delle piattaforme non rispetta i parametri previsti per legge o non li rispetta tutti gli anni. Un ulteriore studio pubblicato sempre da Greenpeace, realizzato da ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca), prende in considerazione come tra il 2012 e il 2014 ci siano stati dei superamenti dei livelli stabiliti dalla legge per gli agenti inquinanti nel corso della normale amministrazione di alcuni dei 130 impianti attualmente in funzione in Italia, ma non sembra che i valori fossero particolarmente preoccupanti, rispetto ad altre realtà, ma i promotori del referendum sottolineano che l’inquinamento non è la priorità che ha reso necessario il referendum.
Da parte del WWF vi è un possibile aumento, dei problemi legati al danneggiamento fisico dell’integrità dei fondali, al depauperamento della biodiversità sia animale sia vegetale e all'introduzione di inquinanti che potrebbero avere effetti anche sulla rete alimentare fino ad arrivare all'uomo ma a questo mancano valutazioni di questi parametri ambientali, che potrebbero essere utili a quantificare l’impatto reale.
Si parla di impatto negativo nel turismo, in questo caso non vi è una precisa connessioni.

OPS! Votate SI
In Caso di Vittoria del Sì
In questo referendum la vittoria del SI risulta amaramente una mezza vittoria, ovvero non sarà più possibile l’attività estrattiva di tutte le concessioni appena citate, ma non sarà così automatica, le attività cesseranno la produzione sono esclusivamente alla scadenza della concessione e non successivamente alla vittoria del sì, il decreto che impedisce lo sfruttamento di nuovi giacimenti è del 2006, ma non blocca le concessioni per quelle già in funzione, perciò tutte le concessioni sono state rinnovate, per fare un esempio una piattaforma che ha ottenuto per la prima volta la concessione prima dell'entrata in vigore del decreto, per la sua chiusura bisogna attendere la fine della concessione, ovvero i 30 anni, e così via per tutti gli altri casi, perciò il referendum non ha valore immediato.
Altro problema è la sicurezza legata alla chiusura degli impianti, perciò come detto per la chiusura dell’impianto bisognerà aspettare la data della fine della concessione, solo ad allora i gestori di queste saranno obbligati alla chiusura del giacimento, la sigillatura di un impianto collegato a un giacimento non esaurito, che è diversa da chiudere un giacimento esaurito, in questo caso gli impianti più a rischio sarebbero quelli a metano, per i quali la procedura di chiusura prevede di bloccare fisicamente la fuoriuscita del gas iniettando malta di cemento all'interno dei pozzi, La pressione esercitata dal gas residuo presente all'interno renderebbe più complicate le operazioni di sigillatura, aumentando il rischio di incidenti.



Le Ragioni del NO
Le ragioni del NO come quelle del SI sono prettamente valide, ma anche in questo caso interpretative; Matteo Renzi e il suo governo per il momento non si sono spesi per il NO al referendum, ma sono come già dimostrato contrari all'iniziativa delle Regioni e nella riuscita del referendum, tanto che per farlo fallire si è scelto lo scorporo dalla giornata elettorale delle amministrative con l’altrettanto referendum Costituzionale (Politicamente molto importante per il Governo perché riguarda la modifica della Costituzione e le elezioni a sindaco in città come Roma, Milano, Napoli), che molto probabilmente avverranno il 15 giugno, questa scelta, come già avvenuto in precedenza per altri governi costerà allo Stato e ai cittadini circa 400 milioni di euro di soldi pubblici, “E io pago!”.
Si presume che il referendum possa avere pesanti conseguenze sull'occupazione e che la fine delle estrazioni significherebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro sulle piattaforme offshore, per esempio in provincia di Ravenna il settore occupa 7.000 persone; Altro motivo riguarda la dipendenza che l’Italia ha verso i paesi che estraggono petrolio e gas, oltre che dalla perdita nello sfruttamento dei giacimenti aumenterebbe la richiesta verso questi paesi, aumentando il transito nei porti italiani di centinaia di petroliere, che negli ultimi anni è stata diminuita, ed ovviamente vi è la mancanza di un piano per sostituire questa perdita con fonti di energia rinnovabili.



E’ un Voto Politico?
Secondo un’ulteriore motivazione che muove il SI è prettamente politica, come scritto sul sito del coordinamento “No Triv”:
“Il voto del 17 Aprile è un voto immediatamente politico, in quanto, al di là della specificità del quesito, residuo di trabocchetti e scossoni, esso è l’UNICO STRUMENTO di cui i movimenti che lottano da anni per i beni comuni e per l’affermazione di maggiori diritti possono al momento disporre per dire la propria sulla Strategia Energetica nazionale che da Monti a Renzi resta l’emblema dell’offesa ai territori, alle loro prerogative, alla stessa Costituzione italiana”.
Lo è perché anche se sugli aspetti che abbiamo appena visto anche la vittoria del SI non porrebbe fine alle attività legate all'estrazione petrolifera e ad eventuali incidenti da essa causata, per via delle mancate politiche di sviluppo per l’energia pulita, che è prettamente colpa degli stessi elettori chiamati per il referendum, che hanno sempre scelto governi reazionari e timidi verso il cambiamento e servi delle lobby energetiche legate al petrolio, mentre in altri paesi il coraggio nel votare governi più progressisti hanno visto un incremento nelle energie alternative, così il paese del sole e del vento è rimasto schiavo delle vecchie energie.



Non avendo preso posizione ed avendo solo introdotto le varie ragioni, ritengo che la possibile affermazione del SI possa essere un primo timido segnale per chiedere finalmente un piano di investimenti nell’energie alternative, sfruttando le risorse che abbiamo, sole e vento, e diminuendo la dipendenza verso i paesi esportatori di petrolio, diminuendo i rischi di disastro ecologico e aumentando l’occupazione, tanto per darvi un idea, come mostrato da programmi come Report e Presa Diretta, la Germania ha dimostrato la buona riuscita di politiche più progressiste in tema energetico.
Un altro buon motivo per il SI è la prima spallata per il governo Renzi, anche se ha evitato di prendere posizione, sarebbe la prima sconfitta elettorale a cui assisterebbe, in vista dei verdetti per le amministrative e per il referendum Costituzionale, tanto caro al governo, ovviamente se siete fra quelli che si lamentano che il governo Renzi non è mai passato per le urne; Anche se al momento la possibilità di governi progressisti non è ancora fattibile.

Dopo aver letto questo ognuno è libero di pensarla come vuole, ma ricordo che il referendum anche se non comporta grandi cambiamenti ne a una parte ne all'altra, è un diritto che possiamo esercitare, perciò posso solo consigliare di recarvi a votare in estrema libertà di coscienza.

Citate le Fonti:
Per non parlare al vento e seminare cazzate è giusto citare le fonti, tutti i dati forniti in questo post, tranne alcune riflessioni personali, li potete trovare:

- Wired;
- De Benedetti;
- Adinolfi;
- Il mio collega di lavoro complottista;
- Mio cuggino.

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